Gli incontri alla Palazzina Liberty, pubblico in aumento. Da Erba a Ronfani, quando la città si racconta
CAPIRE MILANO ATTRAVERSO I LIBRI DEI POETI

di Vivian Lamarque

dal Corriere della Sera - Milano del 24 gennaio 2007

La Casa della Poesia, nella Palazzina Liberty di Largo Marinai d'Italia, risuonava l'altre sera anche dei vertiginosi versi del grande poeta ceco Vladimir Holan, letto da Marco Ceriani ("Se lui torna / e torna, fate che entri / nella camera in fondo...").
Si presentava il secondo volume del nuovo, ricco Almanacco dello Specchio (Mondadori).
È bello spiare l'arrivo del pubblico: per raggiungere la palazzina, per lasciare la prosa della città e raggiungere la poesia, deve attraversare una terra come di confine, pochi metri tra il verde di giardini di giorno sempre affollati di madri e figlki, ma la sera abitati solo da ombre di alberi addormentati.
Nonostante la luce dei lampioni, ti prende una leggera inquietudine, specie se arrivi da solo e dal lato più lontano, con più metri di parco, di confine, da attraversare.
Poi vedi la scalinata, piena di "poeti fumatori", e ti rassicuri, entri, trovi gli amici, ti siedi, lo spettacolo inizia, ascolti e quasi sempre, tornato a casa, termini la serata con un libro di versi in mano. Per esempio la nuova edizione, ampliata, di "Milano in versi" (viennepierre edizioni), o l'ultima raccolta di Luciano Erba, "Remi in barca", bellissima, o l'inatteso toccante "Canzoniere per la sposa perduta" di Ugo Ronfani.
Libri di poesia in cui anche i lettori più digiuni di versi non faticheranno a entrare, in cui come in uno specchio, come in un Naviglio improvvisamente riaperto a riveder le stelle, potranno vedere rispecchiati se stessi e nello sfondo lei, Milano, Milano, mille volte Milano.

 

L’appello dei poeti ai politici:
salvate la nostra «fortezza»
di Luigi Mascheroni

da Il Giornale del 16 ottobre 2006

Quando un anno esatto fa, il 16 ottobre 2005, fu inaugurata la Casa della poesia, il presidente Giancarlo Majorino parlò di una «grande occasione da non sprecare». Bisogna dargli merito: insieme al gruppo dei poeti-fondatori, pur fra mille difficoltà organizzative e finanziarie, diffidenze e gelosie particolarmente feroci nell'ambiente letterario, è riuscito a trasformare la Palazzina Liberty di largo Marinai d'Italia in un centro aperto a quell'arte sempre più difficile da praticare e diffondere che è la poesia. Un «luogo di fantasia e bellezza», come sognavano gli scrittori, gli studenti e i poeti che da tempo chiedevano una “piazza” tutta per loro; una «fortezza» come si augurava Alda Merini, per difendere la poesia aggredita da tutte le parti.

Oggi però questa “fortezza” deve difendersi da un altro pericolo, il peggiore di questi tempi: la mancanza di fondi. «Fino a oggi - dice Majorino - abbiamo avuto piccoli finanziamenti da parte di privati e soprattutto uno stanziamento da parte del Comune di 100mila euro per un anno di attività che ora dovrebbe essere rinnovato. Di questo dobbiamo parlare con l'assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi: so che ha detto che la nostra “Casa” gli sembra organizzata bene, speriamo che si riesca a trovare un accordo. Senza soldi il lavoro si ferma». E di lavoro in un anno ne è stato fatto: reading, incontri, conversazioni letterarie, spettacoli, lezioni ai professori delle scuole superiori e soprattutto il Festival Internazionale della Poesia, il maggio scorso, che ha portato a Milano oltre 50 poeti provenienti da dieci Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, con letture pubbliche, tavole rotonde e persino microfoni aperti ai poeti “non laureati”. Un successo che fa ben sperare per l'anno prossimo, sempre che la politica risponda ancora una volta all'appello dei poeti.

«Tutto è iniziato da un vecchio sogno - racconta Majorino, milanese, 78 anni, decine di raccolte poetiche alla spalle - perché ho sempre pensato che sarebbe stato bello avere anche qui una Casa della Poesia. C'è a Parigi e a New York, perché non a Milano? E così, nel marzo del 2005, scrissi un pezzo su Repubblica, in occasione della Giornata mondiale della poesia, dicendo che per me dovevano esserci 365 giorni all'anno dedicati alla poesia, anche in questa città. Un appello vago ma sincero al quale rispose subito Stefano Zecchi, in quel momento assessore alla Cultura, dicendosi d'accordo e garantendo che avrebbe fatto qualcosa. E così grazie al suo appoggio e alla disponibilità della Palazzina Liberty, insieme ai poeti più noti di Milano abbiamo formato un'associazione e fondato la Casa della Poesia, inaugurata l'ottobre scorso. Le finalità? Due essenzialmente: irradiare dovunque e in maniera spregiudicata la poesia, quando è davvero tale; e farlo con l'idea di poter realizzare una modificazione culturale, per quanto possa sembrare utopico o ambizioso. E facendo leva sulla profondità della poesia senza rinunciare a un aspetto più “spettacolare”, che significa reading, spettacoli teatrali, performance di vario tipo».

Da allora la “Casa” è sempre stata aperta, ospitando poeti italiani e internazionali, mostri sacri e sconosciuti esordienti, sponsorizzando giovani poeti e ricevendo l'appoggio anche di quei milanesi illustri come Franco Loi o Patrizia Valduga che per un motivo o per l'altro hanno preferito rimanere “esterni” all'associazione. Facendo quasi sempre il tutto esaurito nella grande sala da 300 posti della Palazzina.

«Oggi viviamo in una dittatura dell'ignoranza della quale sono tutti a vario modo responsabili - dice Majorino - a partite da quella scatola da chiodi che è la televisione. E la poesia, per il suo linguaggio, è forse lo strumento più adatto per toglierci da questa mortificazione culturale». Preoccupazioni e speranze che la politica non può non condividere.

 

Milano non dimenticare la Casa della Poesia
di Giuseppe Conte

da Il Giornale del 16 ottobre 2006-10-18

I tagli della Finanziaria fanno versare fiumi di lacrime. Il Rettore del Politecnico di Milano Giulio Ballio dichiara che con trecento milioni di euro salvati il governo avrebbe concesso un anno di vita decente all’insieme  dell’Università italiana. E così? Morirà tra sterpi e rifiuti anche la mia meravigliosa Università di via Festa del Perdono, andrà in malora la costruzione ardita e armonica del Filerete che ha visto nelle sue aule e nei suoi cortili nascere tante idee, passioni, amicizie? Quando con Stefano Zecchi ci aggiravamo, studenti austeri e diligentissimi, per i corridoi della Facoltà di Lettere e Filosofia, in attesa di assistere alle lezioni carismatiche di Enzo Paci, a quelle lievi ed eleganti di Gillo Dorfles, l’Università era ancora protetta dall’invadenza dell’economia e della finanza. O almeno così la pensavamo noi, che ci sognavamo filosofi e poeti. Chi l’avrebbe detto allora che Zecchi un giorno sarebbe diventato assessore alla Cultura e che avrebbe fatto nascere una Casa della Poesia con sede nella Palazzina Liberty? I tagli della Finanziaria arriveranno per li rami a toccare anche questa istituzione nuova e benemerita?

Chiunque debba pregare, vi prego: Prodi, Rutelli, Moratti, Penati, Formigoni, Sgarbi, non fate piangere i poveri, non fate piangere i poeti. Non sono sospetto di conflitto di interessi. Io non faccio parte né del gruppo fondatore dei nove, né del consiglio direttivo dei cinque. Pur operando da vent’anni nella poesia a Milano come consulente di un grande editore, vengo giustamente considerato ligure, e quando non sono in viaggio me ne sto al mare. No, io difendo la Casa della Poesia perché sono convinto che sia un servizio importante per una città che si definisce sempre città degli affari, del design, della moda, ma che della poesia ha più bisogno di quanto mediamente si pensi. Nessun soffio di rinnovamento vitale di una città avviene senza poesia. Senza poesia, non c’è fantasia, immaginazione, solidarietà, slancio. Per esempio prendiamo Telecom Italia, la bufera che l’ha investita. Non basta più che sponsorizzi eventi poetici. Deve mandare i suoi dirigenti a scuola di poesia, a imparare le grandi metafore e i grandi simboli della comunicazione.

La Casa della Poesia ha oggi un presidente, che è Giancarlo Majorino, e un vicepresidente, che è Tomaso Kemeny. Tutti e due sono risorse per la poesia milanese. Majorino, dai modi felpati, disincantati, simpatici, viene dalla più pura sinistra intellettuale della città. Kemeny è un mitomodernista, un innamorato della vita, di Tasso e di Byron, dell’Italia e della Transilvania di cui è originario. Imbevuto egualmente di spirito surrealista e di spirito luterano, Kemeny sta spendendosi per la Casa della Poesia con dedizione ed entusiasmo. So che per ora né Majorino né lui hanno ancora ottenuto udienza dall’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi. Intanto la Casa della Poesia lavora. Promuove un ciclo di incontri con gli insegnati medi su grandi poeti del Novecento, da Bertolucci a Pasolini alla Rosselli, ha appena realizzato un evento dal titolo appassionante «Scrivere sui muri» a proposito di polemiche delle quali ci siamo già occupati, e a cui interverrà Umberto Fiori, un ligure poeticamente milanesizzato, già cantante rock e oggi dolcissimo poeta metropolitano. Poi un incontro su Guerra e pace, che ha come oggetto non il romanzo tolstoiano ma la più cruda attualità, con i poeti Franco Buffoni e Gianni D’Elia...

Insomma, sarebbe triste che un taglio della Finanziaria o una distrazione in Assessorato cancellasse tutto questo. Ve lo dico spassionatamente. Trovate qualche euro, voi che potete. Non fate piangere la poesia di cui Milano ha così bisogno.